La Bussola del Risparmio

rubrica a cura del dott. Andrea Rizzini - Consulente ed Analista

I conti deposito rendono sempre meno, come scegliere bene

Strano mondo quello dei mercati finanziari, prassi rispettate per anni diventano datate in pochi mesi.

E’ il caso dei conti deposito, vincolati e non, rifugio largamente utilizzato dagli italiani nell’arco degli ultimi decenni per remunerare discretamente il capitale a fronte di rischi tutto sommato contenuti se pensiamo alla protezione offerta dal fondo interbancario.

Quasi tutti gli intermediari finanziari infatti aderiscono a questa “polizza assicurativa” che consente ai risparmiatori siano esse persone fisiche o imprese di beneficiare di una protezione sui capitali lasciati in giacenza in conti correnti e conti deposito fino a centomila euro per istituto finanziario e per codice fiscale.

Negli anni appena trascorsi del post-crisi finanziaria e durante la crisi del debito Europeo i conti deposito vincolati e i conti correnti remunerati hanno conosciuto un periodo di splendore con tassi d’interesse a breve altissimi a fronte di rischi assunti dai risparmiatori, appunto, relativamente bassi.

Abbiamo detto più volte che rendimenti alti e rischi bassi non possono coesistere sui mercati molto a lungo, difatti si è trattato in ogni caso di un periodo eccezionale nel quale molte Banche avevano necessità di raccogliere liquidità dai mercati e ampliare il proprio pacchetto clienti.

Adesso il vento è cambiato, complice la Banca Centrale Europea che ha gonfiato di liquidità a basso costo gli istituti finanziari e anche grazie al normalizzarsi degli spread dei paesi Europei periferici i tassi d’interesse sui depositi si sono assottigliati sempre di più.

Persino le banche on-line che hanno sempre offerto rendimenti maggiori vedono ridursii la forbice tra i tassi dei conti correnti liberi e quelli dei conti deposito vincolati.

Non c’è più trippa per gatti neanche lì insomma; rimane qualche operatore che attraverso campagne promozionali regala rendimenti fuori mercato per accrescere il numero di clienti ma è facile che dagli anni successivi a quello di sottoscrizione i tassi ritornino nell’alveo della normalità.

Non dobbiamo certo scoraggiarci, la remunerazione per la liquidità pronto uso non deve essere per forza ai livelli eccessivi di qualche anno fa dove un titolo di stato italiano a sei mesi rendeva oltre il sei percento.

La normalità è questa, adattiamoci.

I conti correnti remunerati e i conti deposito servono per mantenere un minimo di rendimento sulla liquidità che al momento ho interesse a non investire per motivi legati alla mia personale pianificazione famigliare.

Non è più quindi una forma d’investimento alternativa ma semplicemente un salvadanaio che restituisce qualche interesse in più del materasso; cambiano quindi anche i metri di valutazione dal rendimento atteso verso la facilità di utilizzo e la rapidità nello svincolo delle liquidità.

Come faccio a capire quanto costa un fondo comune d'investimento?

Domanda classica che si rivolge agli esperti del settore, problema comune tra i risparmiatori italiani e non accerchiati da migliaia di possibili investimenti in fondi comuni o in polizze di vario genere che investono al loro interno negli stessi fondi.

I fondi comuni d’investimento però costano, proprio come il prezzo che paghiamo quando compriamo qualsiasi altro servizio o prodotto sul mercato; spesso l’investitore fatica a riconoscere innanzitutto la bontà del fondo e in secondo luogo i costi connessi.

Questa tipologia di fondi si divide in passivi e attivi, i primi replicano semplicemente l’indice di mercato di riferimento mentre i secondi dovrebbero avere un team di gestione che attraverso scelte d’investimento oculate deve battere il mercato di riferimento.

La realtà come abbiamo più volte detto è che la maggior parte di questi fondi sono passivi anche se hanno un team di gestione che viene remunerato a caro prezzo; sono pochi infatti i fondi che riescono a regalare un extra rendimento ai risparmiatori o a proteggerli in caso di crisi del mercato.

Dato che sono dei prodotti acquistabili, quasi sempre dovremo pagare le cosiddette commissioni d’ingresso, in percentuale sul valore investito è un una gabella tantum per poter approfittare del fondo comune d’investimento.

I costi più nascosti però arrivano dopo, sono tutta una serie di commissioni che attengono alla vita del fondo comune e alla sua gestione: più precisamente possono essere commissioni di gestione che remunerano il team di esperti gestori, commissioni di negoziazione dei titoli interni al fondo, di performance in caso di andamento positivo e non del fondo e via dicendo.

Sono tante ma il risparmiatore ha il modo di individuarle facilmente; infatti sui siti internet delle case di investimento che propongono questi prodotti c’è una scheda riassuntiva abbastanza semplice che schematizza questi costi.

Si possono trovare anche sul motore di ricerca finanziario libero più grande del mondo, Morningstar, e vi diranno il livello di spese correnti espresso sempre in percentuale sull’anno.

Quindi possiamo trovarli denominati come TER o come spese correnti ma altro non sono che quasi tutti i costi che avrò nell’anno per mantenermi investito in un dato fondo comune d’investimento.

E’ molto importante riconoscerli perché per guadagnare qualcosa sicuramente il fondo dovrà ottenere una performance almeno superiore a quei costi percentuali; in caso contrario anche con un rendimento del fondo positivo potrei trovarmi un capitale inferiore a quello investito.