La Bussola del Risparmio

rubrica a cura del dott. Andrea Rizzini - Consulente ed Analista

Eremiti ed economisti, cos'hanno in comune

Le situazioni di chiusura e di isolamento portano spesso a una riduzione notevole delle risorse tecniche a disposizione dell’essere umano.

Isolarsi, fare gli eremiti, chiude il nostro pensiero e senza il contatto con altre persone possiamo nel tempo regredire sia nella qualità dei nostri processi che delle tecniche che sappiamo usare.

Questo succede anche a popoli interi, come in Tasmania dove gli abitanti dell’isola furono isolati dagli scioglimenti dei ghiacciai dal resto dell’Australia e grazie a questa evoluzione terrestre rimasero ancorati a tecniche del passato per migliaia di anni ed anzi ne persero addirittura di quelle che avevano acquisito in passato.

Anche il popolo degli economisti non fa differenza, rimanere chiusi nelle proprie convinzioni e nei propri pensieri può portare ad auto isolarsi e a fissarsi su soluzioni non ottimali per risolvere i problemi delle nostre economie.

Dall’ultima crisi finanziaria infatti si è puntato solo sulle politiche monetarie espansive per cercare di rilanciare l’economia ma di fatto si è prodotta una crescita debole e un accumulo di debiti enorme in tutto il mondo, migliaia di miliardi di debito in un mondo già indebitato (verso se stesso) fino al collo.

Nessuno ha più pensato alle politiche espansive fiscali, fare debito per fare credito e produrre benefici quasi esclusivamente per gli istituti finanziari non è come fare debito per investire in spesa pubblica e creare lavoro e consumi oppure fare debito per lasciare in tasca ai cittadini maggiori disponibilità per i consumi.

Non si tratta però come spesso abbiamo sentito in Italia di rimuovere la proporzionalità delle imposte per dare ancora più soldi da risparmiare a chi ne ha già tanti, si tratta invece di sgravare tutti i lavoratori che hanno uno stipendio medio o basso, siano essi autonomi o dipendenti, in modo da spingere veramente i consumi, magari incentivando quelli socialmente e climaticamente responsabili.

La manovra attuale non sembra andare in queste due direzioni, sembrerebbe fatta apposta per evitare l’aumento dell’iva e andare a prendere risorse sempre dai soliti noti; un esempio su tutti sarebbe la nuova riforma del regime forfettario per le piccole partite iva che già annaspano nella precarietà e in aggiunta si troverebbero appesantimenti burocratici e di costi che non si meritano.

Una nuova Guerra del Golfo ed il possibile impatto sul petrolio

L’attacco di qualche settimana fa ai pozzi petroliferi di Saudi Aramco, l’azienda petrolifera statale più grande al mondo con sede in Arabia saudita, ha risvegliato vecchie tensioni nel golfo.

Quasi certamente il mandante, forse non l’unico, dell’attacco è stato individuato nell’Iran ma l’azienda Saudita in questione non è nuova a subire sgambetti da parte di concorrenti o avversari.

Anni fa infatti subì l’attacco informatico più massiccio mai visto, oltre duemila computer della società Saudita dovettero essere distrutti.

Il problema di queste scaramucce tra produttori petroliferi mediorientali è che il tutto potrebbe ripercuotersi sulle quotazioni dell’oro nero e quindi indirettamente anche sulla spesa per la benzina degli Italiani.

Non sono mancate già ritorsioni da parte dell’Arabia Saudita che ha trovato vecchi e nuovi alleati pronti a darle una mano tra i quali gli Stati Uniti ed Israele.

Al momento attuale il prezzo del petrolio, una delle asset class maggiormente finanziarizzate al mondo, è piuttosto basso.

Dalla crisi del 2008 dove importanti istituti finanziari prevedevano prezzi futuribili intorno ai cento dollari al barile, il prezzo del petrolio ha continuato a scendere ed è probabilmente correlato alla bassa crescita effettiva e prevista nei prossimi anni.

Poco commercio grazie anche alla guerra dei dazi iniziata da Donald Trump significa pochi trasporti e minor domanda di petrolio.

L’offerta di quest’ultimo poi è risalita dopo che per anni il cartello dei produttori del medio oriente avevano imposto un calo della produzione per riuscire a rialzare i prezzi dopo aver spazzato via la concorrenza dello Shale Oil Americano, le nuove tecniche di produzione che rischiavano di minare il monopolio Arabo.

Se abbiamo una forte esposizione ai prezzi della benzina e temiamo una possibile escalation di violenza nel golfo esistono molti strumenti che permettono di coprirsi da un aumento del prezzo del greggio.

A maggior ragione se siamo un’azienda che ha ingenti spese di carburante o di trasporti potrebbe valer la pena anticipare possibili situazioni negative a fronte di una piccola “assicurazione” sul prezzo del gasolio.

La dipendenza occidentale dai giochi di potere in medio oriente potrebbe risolversi investendo in energie alternative e in un trasporto pulito e giusto non solo economicamente ma anche nei confronti del clima.