La Bussola del Risparmio

rubrica a cura del dott. Andrea Rizzini - Consulente ed Analista

Arrivati i dazi anche in Italia? Quali le possibili conseguenze...

L’Italia è stata inserita dagli Stati Uniti tra i Paesi i cui scambi commerciali verranno controllati e verificati al fine di stabilire se e in quali quantità applicare eventuali dazi o tariffe alle importazioni.

L’amministrazione Trump dall’inizio del suo mandato ha focalizzato la propria politica commerciale estera nel cercare di distruggere alleanze consolidate per creare accordi bilaterali più convenienti per gli Stati Uniti.

Fino ad ora la Cina è stato il bersaglio principale delle politiche del presidente degli Stati Uniti, probabilmente perché il gigante Asiatico è il primo sfidante alla supremazia Americana in tutti i campi economici e finanziari a livello globale.

Piano piano però l’occhio degli States sta scandagliando tutti i settori commerciali per garantire alle aziende americane di poter battere la concorrenza straniera gravata da prezzi al consumo molto alti a causa di dazi e tariffe alle importazioni sul suolo USA.

L’Italia esporta negli Stati Uniti più di quanto importa da quel paese, genera quindi un surplus commerciale a favore del Bel Paese di circa trentadue miliardi di dollari all’anno.

L’impatto di eventuali dazi sulle merci provenienti dall’Italia potrebbe generare un maggior costo per le aziende Italiane, e quindi un minor utile, oppure una calo delle esportazioni e di fatto un calo di fatturato.

In entrambi i casi gli effetti sarebbero negativi e per forza di cose anche i prezzi delle azioni di dette aziende o il merito creditizio delle emissioni obbligazionarie potrebbe risentirne.

I settori che potrebbero essere maggiormente colpiti sono quelli classici: soprattutto il Made in Italy a partire da tutto il comparto “Food” dove siamo i primi al mondo in qualità e alle esportazioni dei Vini Italiani.

Insieme al comparto agroalimentare potremmo avere ripercussioni anche sul settore farmaceutico e sicuramente sull’automobilistico che vede negli Stati Uniti un mercato di sbocco negli ultimi anni fiorente.

Gli impatti sui mercati finanziari potrebbero quindi essere estesi, soprattutto sui settori denominati dai fondi “industriali” o proprio sui comparti specifici citati poc’anzi.

Non si possono prevedere le mosse dell’attuale amministrazione Americana, il risparmiatore dovrà adottare sempre e comunque la tecnica della diversificazione per riuscire a bilanciare eventuali notizie negative di guerra commerciale.

Quanto costa agli italiani l'educazione finanziaria

Da anni ci battiamo affinché nei piani di Governo rientrino misure per l’espansione delle azioni di alfabetizzazione finanziaria.

Imparare a scuola le basi per la gestione finanziaria personale attraverso classi di “educazione finanziaria” è un obbiettivo attuale e soprattutto conveniente per tutto il paese.

Solitamente quando si discutono attività che portano ad incrementare la spesa pubblica si calcola il costo che avrebbe implementare queste classi nell’attuale sistema scolastico Italiano ma non si calcola il costo che sta avendo il Paese adesso nell’avere una popolazione che è finanziariamente poco istruita o, se vogliamo, ignorante.

Abbiamo lo stesso livello di alfabetizzazione finanziaria del Kenya e del Camerun dove la spesa per l’istruzione non è certamente ai livelli del nostro paese; Gran Bretagna, Francia e Germania hanno quasi il doppio della nostra valutazione.

Questo basso livello di conoscenza in ambito finanziario ha spinto gli Italiani ad accumulare ricchezza nelle attività immobiliari piuttosto che nelle attività mobiliari, ovvero abbiamo comprato case e immobili da mettere a reddito piuttosto che investire sui mercati finanziari.

In alcuni casi la nostra paura legata agli andamenti dei mercati borsistici o del credito ci ha salvato da crisi economiche rilevanti ma nel lungo periodo ha provocato un accumulazione di ricchezza inferiore rispetto a quella accumulata dai cittadini di paesi più avanzati in termini di educazione finanziaria.

Un altro aspetto che si rileva nell’ambito degli investimenti di un Paese con bassa alfabetizzazione finanziaria è la tendenza a diversificare meno i propri risparmi; in Italia infatti ci piace concentrare i nostri investimenti in aziende di casa nostra o in titoli di stato Italiani diversificando poco a livello globale.

L’accesso agli scambi dato dalle banche, anche quelle classiche, ha ormai sdoganato la possibilità di investire in qualsiasi mercato in qualsiasi paese del mondo ma la nostra bassa propensione a comprendere questi mercati ha fatto in modo da generare una concentrazione dei risparmi nel mondo che conosciamo meglio, ovvero quello di casa nostra.

Spesso poi non è sempre vero che le aziende e i mercati Italiani sono quelli che conosciamo meglio, a volte è solo un impressione mentre le realtà è ben diversa e non diversificando rischiamo di mettere tutte le uova in un unico paniere in bilico.